25 settembre 2009

Il genocidio invisibile: nessuno si cura degli irakeni.

Un rapporto del Minority Rights Group mostra che diversi Paesi di accoglienza stanno rimandando indietro i rifugiati. La mancanza di una politica di integrazione li disperde e li condanna all’estinzione culturale.

Qui è possibile scaricare il rapoorto in inglese o in francese.
E qui ci sono delle testimonianze filmate:

Londra (AsiaNews/Mrg) – I rifugiati irakeni nei Paesi vicini e nell’Europa occidentale soffrono di insicurezza e rischiano di perdere la loro identità religiosa e culturale. Un rapporto del Minority Rights Group (Mrg), basato su interviste fatte a profughi lungo tutto il 2008, mostra che i gruppi minoritari iracheni, fuggiti dal loro Paese a causa della persecuzione, si ritrovano in difficoltà in Europa, per l’estrema difficoltà ricevere l’asilo politico, o sono oggetto di discriminazione. Spesso essi sono costretti al ritorno in patria.

Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati, quasi 2 milioni di irakeni sono fuggiti dal loro Paese per le ondate di violenza seguite alla invasione guidata dagli Usa e alla caduta di Saddam Hussein.

Molti di loro – fra il 15 e il 64%, a seconda dei Paesi dove hanno trovato rifugio – appartengono a minoranze religiose quali cristiani, circassi, mandei, shabak, turkmeni, yaziti.

I maggiori Paesi di accoglienza sono la Siria (1,1 milioni); la Giordania (450 mila); il Libano (50 mila); l’Egitto (30 mila); gli Usa (4700); la Svezia (32120).

Carl Soderbergh, membro del Mrg, sottolinea che “molte nazioni europee [fra cui Svezia e Gran Bretagna], stanno rifiutando molte richieste di asilo e riportano in Iraq in modo forzato i profughi, nonostante che gli attacchi sulle minoranze siano in crescita in alcune aree”.

Giordania e Siria, pur avendo accolto un gran numero di profughi, lasciano molti di essi in una specie di limbo, senza permesso di residenza, né di lavoro. Anche il rilascio dei visti di ingresso è divenuto più difficile dal 2007.

Il rapporto del Mrg mostra le difficoltà che i rifugiati irakeni hanno nella mancanza di una vera e propria politica di integrazione fra i Paesi di accoglienza. Soprattutto minoranze piccole come i mandei o gli shabak, dispersi in moltissime nazioni, rischiano ormai l’estinzione culturale.

Il rapporto è corredato anche di diverse commoventi testimonianze.

22 settembre 2009

Sinodo speciale per il Medio Oriente, dal 10 al 24 ottobre 2010

Fonte: SIR, ma segnalatoci da Baghdadhope

Shlemon Warduni, vicario patiarcale di Baghdad
“Un’assemblea importante non solo per le Chiese del Medio Oriente, ma anche per quelle del mondo chiamate a riscoprire le radici della fede e a sostenere i cristiani della Regione per evitare che fuggano all’estero”. Il Vicario patriarcale di Baghdad, mons. Shlemon Warduni, spiega così, al SIR, l’importanza del Sinodo speciale per il Medio Oriente, che si terrà dal 10 al 24 ottobre 2010. “Il Sinodo è un atto benevolo di Benedetto XVI verso le nostre chiese – afferma mons. Warduni – che soffrono per mancanza di pace e di sicurezza. L’assemblea servirà alle Chiese orientali per discutere dei tanti problemi che l’affliggono ma anche per far sentire la loro voce. Il Medio Oriente si sta svuotando dei cristiani, si percepisce quasi un complotto per mandarli via. Unire le voci, avvicinarsi alle altre chiese cattoliche e cristiane, è fondamentale per la sopravvivenza di tutti. La nostra vocazione è vivere da cristiani in Medio Oriente”. “Le chiese del mondo – aggiunge il presule caldeo - devono aiutare le loro sorelle orientali dando loro assistenza e sostegno. Le chiese del Medio Oriente, che hanno sofferto e che tanti martiri hanno dato, possono a loro volta confermare nella fede tutte le altre sparse nel mondo. Un Medio Oriente senza cristiani sarebbe una sciagura per tutti, per questo auspico che nel Sinodo siano presenti anche esponenti delle chiese dei vari Continenti”.

Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, Iraq
“Ringrazio il Papa per questa convocazione. Se ci disporremo al meglio per noi potrebbe essere una nuova Pentecoste”. Così al Sir, l’arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako commenta l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente, convocata da Benedetto XVI e che si terrà dal 10 al 24 ottobre 2010, sul tema ‘La Chiesa cattolica in Medio Oriente: comunione e testimonianza: La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola’ (At 4,32)”. Mons. Sako è particolarmente soddisfatto per questo annuncio, dal momento che fu lui ad avanzare, a gennaio 2009, una proposta analoga al Papa nel corso della visita ad limina dei vescovi iracheni. “Sarà un tempo forte per le Chiese orientali per andare avanti, per uscire dal passato e aprire gli occhi sulla realtà di oggi – aggiunge - in Medio Oriente abbiamo problemi e sfide da affrontare”. Tra queste Sako elenca “il dialogo con ebrei e musulmani e la necessità di una pastorale unificata in lingua araba”. Ma su tutte c’è il grave fenomeno dell’esodo dei cristiani: “tutte le Chiese anche le più piccole, devono capire l’importanza della presenza cristiana in Medio Oriente. La fuga cristiana all’estero è una perdita notevole per tutta la Chiesa. Ho paura che senza cristiani in Medio Oriente l’islam diventi più aggressivo”.


Fonte: APCOM, sempre grazie a Baghdadhope
Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo
Anche gli ebrei e i musulmani saranno coinvolti nel sinodo dedicato al Medio Oriente che il Papa ha annunciato oggi per il 2010 (dal 10 al 24 ottobre): lo spiega l'arcivescovo Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo. "Una questione particolarmente importante - afferma il presule in un colloquio con l''Osservatore romano' - riguarderà il coinvolgimento di ebrei e musulmani. Non sappiamo ancora le modalità, ma è evidente che si dovrà tener conto di tutta la complessa realtà del Medio Oriente. Il Sinodo non è 'contro' qualcuno ma è uno spazio di dialogo aperto che punta alla comunione e alla pace nella giustizia e nella verità. Troveremo sicuramente il modo di sentire le voci del mondo ebraico e di quello musulmano". Del resto, spiega mons. Eterovic, il dialogo e il confronto "con le altre religioni e le altre culture" sarà uno dei temi centrali del Sinodo "che dovrà però partire da una riflessione interna alla Chiesa, per rafforzare la comunione ecclesiale. E' questo il primo mandato del Papa". L'indicazione di Benedetto XVI, specifica il presule, "è di riflettere innanzitutto sulla comunione e sulla testimonianza che la Chiesa è chiamata a dare nel particolare contesto mediorientale. E la citazione degli Atti degli Apostoli - 'La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola' - ci ricorda che quella regione è particolarmente cara a tutti i cristiani perché là è nato, è morto e risorto il Signore Gesù. E' nata lì la Chiesa e, nonostante le vicende della storia, è ancora presente con difficoltà ma anche con speranza". L'annuncio del Sinodo per il Medio Oriente, spiega ancora il segretario generale, "non è di per sè una sorpresa. Da anni i pastori di quella regione riflettevano sull'opportunità di indirlo. Era un'idea che circolava con insistenza. Ma l'accelerazione decisiva è venuta dal viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa nel maggio scorso". Già lunedì e martedì prossimi si svolgerà in Vaticano una prima riunione della segreteria del Sinodo "per mettere a punto una macchina organizzativa che dovrà partire subito a pieno regime perché i tempi sono ristrettissimi", spiega Eterovic. Il testo dei 'Lineamente' sarà inviato alle varie diocesi entro fine anno e per Pasqua è previsto l''Instrumentum laboris', il testo di base per le discussioni sinodali.

08 settembre 2009

Mosul costantemente sotto attacco: i cristiani sono i bersagli preferiti

A lato, Mosul vista dal Tigri. Bycourtesy of Wikipedia.

Da Asianews, 7 settembre 2009

Mosul: ancora omicidi e sequestri di cristiani, per costringerli nella piana di Ninive

Ucciso un commerciante di 60 anni, per la cui liberazione i rapitori avevano chiesto una somma molto alta di denaro. Rapito un altro fedele a Mosul; resta avvolta nel mistero la sorte del medico rapito a Kirkuk, Fonti di AsiaNews: violenze nascondo un progetto politico, far fuggire i cristiani dalla città e spingerli nella piana di Ninive.

Mosul (AsiaNews) – Nuovi episodi di violenze contro la comunità cristiana a Mosul, vittima di una “campagna intimidatoria” che nasconde “un progetto politico mirato: la creazione della piana di Ninive”. Un commerciante di 60 anni, Salem Barjjo, rapito a inizio agosto, è stato ucciso dai suoi sequestratori; sempre a Mosul, la scorsa settimana, è stato rapito Hikmat Sayid e non si ancora nulla della sorte di Samir Jarjis, il medico cristiano sequestrato a Kirkuk, per la cui liberazione leader musulmani e cristiani hanno lanciato un appello nei giorni scorsi.

Il 3 settembre – anche se la notizia è circolata solo ieri – è stato rinvenuto il cadavere di Salem Barjjo, un commerciante cristiano di Mosul rapito agli inizi di agosto, molto legato alla chiesa locale. Per la sua liberazione, i malviventi avevano chiesto un riscatto molto alto, che la famiglia non era in grado di pagare.

La scorsa settimana a Mosul, 370 km a nord di Baghdad, una banda di criminali ha rapito Hikmat Sayid, di fede cristiana. Anche in questo caso i rapitori hanno chiesto una somma di denaro molto elevata, che la famiglia difficilmente riuscirà a versare. A Kirkuk resta avvolta nel mistero la sorte di Samir Jarjis, medico cristiano molto conosciuto in città, sequestrato il 18 agosto scorso e ancora nelle mani dei rapitori. Per il suo rilascio leader musulmani - sciiti e sunniti - e cristiani hanno lanciato lanciato un appello durante la cena in arcivescovado a Kirkuk, il 29 agosto scorso, promossa da mons. Louis Sako per festeggiare l'inizio del Ramadan, il mese sacro per i musulmani.

Fonti di AsiaNews a Mosul denunciano un clima di “paura, solitudine e preoccupazione” che domina nella minoranza cristiana. Torna a crescere il pericolo di “una fuga di massa” della comunità cristiana, soprattutto se la situazione “non migliorerà in vista dell’apertura delle scuole”. Secondo la fonte di AsiaNews questa nuova campagna intimidatoria contro la comunità cristiana “nasconde risvolti di carattere politico: si vuole creare un clima di violenze in vista della tornata elettorale del gennaio 2010. Il progetto è creare un’enclave nella piana di Ninive e costringere – anche con la forza, a colpi di attentati ed esecuzioni mirate – i cristiani a uno spostamento forzato”.

16 giugno 2009

Il general Kasdano su Al Jazeera

In seguito al convegno di febbraio, al quale anche noi abbiamo avuto l'onore di poter partecipare, Aljazeera ha dedicato una puntata dei soi palinsesti più seguiti - Winess - ai cristiani irakeni rifugiati a Beirut.

Qui la si può vedere in streaming: Al-Jazeera-english-witness-iraq-lebanon

La voce narrante è quella del General Michel Kasdano (nel fotogramma qui a lato), lui stesso di origine irakena, è discendente di quei fuggitivi che durante i primi anni del 900 hanno trovato asilo in Libano. Ha fondato in collaborazione con l'Eparchia caldea di Beirut un ufficio di informazioni che è all'origine del convegno cui accennavamo precedentemente.

15 maggio 2009

Un vecchio vizio islamico: rapimenti a scopo d'estorsione, di preferenza contro cristiani

A southwestern view of Kirkuk, Iraq, from atop a minaret in the ancient citadel. The two blue domes house the tombs of ancient Jewish prophets. By courtesy of Sam Dagher

Kirkuk (Iraq), banda armata sequestra un insegnante cristiano

Il rapimento è a scopo di estorsione. Per ottenere la sua liberazione è intervenuto mons. Louis Sako, che ha chiesto la collaborazione dei leader musulmani. I banditi hanno avanzato la richiesta di una somma “molto elevata” che la famiglia – povera – non è in grado di pagare.

Kirkuk (AsiaNews) – Questa mattina (giovedì 14 maggio) alle dieci ora locale, un gruppo armato ha fatto irruzione in una scuola elementare a Kirkuk e ha prelevato un giovane insegnante cristiano. Namir Nadhim Gourguis ha 32 anni, non è sposato e “appartiene a una famiglia semplice e povera” come riferiscono fonti di AsiaNews in Iraq.
La banda, composta da quattro persone, è entrata nella scuola elementare nel villaggio di Ruwaidha – nel sottodistretto di Al Rashad, a circa 30 km da Kirkuk – sequestrando il giovane insegnante. I rapitori hanno già fatto pervenire una richiesta di riscatto: “Una cifra molto elevata – sottolinea una fonte locale – che la famiglia non è in grado di pagare”.
Per salvare la vita al giovane è intervenuto anche mons. Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk, che ha contattato gli sceicchi e gli imam della zona per ottenere la liberazione dell’ostaggio. Il prelato auspica che “i tentativi di mediazione possano portare al suo rilascio”.
Nelle ultime settimane la comunità cristiana a Kirkuk è finita di nuovo nel mirino delle bande armate e della criminalità organizzata, che opera sequestri a scopo di estorsione. Nei giorni scorsi un giovane è stato assassinato davanti alla sua abitazione; altre tre persone – due donne e un uomo – sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco. I malviventi, inoltre, vedono nei cristiani un facile obiettivo da colpire: essi, infatti, a differenza di arabi e curdi, non sono protetti dalla comunità, dai parenti e dalle forze dell’ordine.

24 aprile 2009

La rassegna stampa dal Libano è completa! Grazie a Hope Ammann della Fondazione Saint Camille


qui c'è quanto pubblicato precedentemente:

29 marzo 2009

Mons. Raho riposa nella sua chiesa

sabato, marzo 14, 2009
By Baghdadhope

Tutta la Mosul cristiana, e non solo, si è stretta oggi nella gremitissima chiesa di San Paolo dove in una cerimonia solenne durata due ore è stato ricordato Monsignor Faraj P. Raho (nella foto) ad un anno esatto dalla data del suo funerale.
Il corpo del vescovo, traslato stamattina da Karamles con eccezionali misure di sicurezza, ha trovato ora finalmente la sua collocazione definitiva. Lo stesso Mons. Raho aveva lasciato scritto nel suo testamento di voler essere seppellito nella chiesa che aveva fondato specificando addirittura il luogo, la parte destra della chiesa dove ha posto il coro.
La cerimonia, guidata dal Patriarca vicario caldeo, Monsignor Shleimun Warduni, ha visto la partecipazione di molti religiosi. C’era, ovviamente il parroco della chiesa di San Paolo, Padre Basman Al Dammar, il giovane sacerdote (27 anni) che, ordinato nel 2006 si è trovato, alla morte di Monsignor Raho, a gestire una situazione molto difficile in qualità di amministratore patriarcale che ha avuto il suo culmine nell’ondata di violenza che lo scorso autunno ha colpito la comunità cristiana della città causando 14 morti e la fuga di migliaia di persone terrorizzate verso le campagne circostanti o all’estero.

C’erano due vescovi di Mosul, Mons. Gregorius Saliba Chamoun, della chiesa siro ortodossa e Mons. Basilius George Alqas Musa, di quella siro-cattolica. C’erano altri sacerdoti, i giovani disabili ospiti e dell’oasi di Carità Gioia, la casa di accoglienza fondata da Mons. Raho nel 1986 ed ora coordinata da Mons. Warduni, le suore caldee della città, comprese quelle che gestiscono una casa di accoglienza per giovani orfane e le loro assistite. C’erano molti responsabili del governo, compresi il sindaco uscente e quello di fresca nomina, ed un generale responsabile della sicurezza e dei processi di pacificazione.

Baghdadhope
ha chiesto a Mons. Warduni un ricordo della giornata.
“E’ stata bella e commovente, la chiesa era pienissima. Tutti volevano onorare la memoria del compianto Mons. Raho. La bara in cui era stato sepolto è stata posta in un’altra bara ed ora riposa in pace nella chiesa che lui stesso aveva fondato e lo aveva avuto come parroco.”

Monsignore, il testo della sua omelia verrà pubblicato domani dal sito del patriarcato caldeo, può dare però un accenno su ciò che ha detto ai fedeli?
“Ciò che ho detto ha trovato ispirazione dal Salmo 111, la beatitudine dell’uomo giusto. Il ricordo di Monsignor Raho rimarrà in eterno. La sua scomparsa, avvenuta in un modo così tragico, ci dà però la certezza del fatto che i Santi in cielo pregano per noi. Ho ricordato ai fedeli come lo stesso Santo padre abbia lodato il coraggio dei credenti e dei martiri, e che quando lo scorso gennaio tutti noi, vescovi iracheni riuniti a Roma per la visita ad limina, gli abbiamo consegnato un piviale di Mons. Raho ed una stola di Padre Ragheed Ganni è stata ipotizzata la loro collocazione nella chiesa di San Bartolomeo sull’Isola Tiberina a Roma dove si ricordano, per volere di Papa Giovanni Paolo II, i martiri del XX secolo.
Come uomini soffriamo di fronte alla morte violenta ma come figli di Dio vogliamo chiedergli di perdonare coloro che compiono tali atti esecrabili perché non sanno ciò che fanno. Monsignor Raho non è più fisicamente con noi ma è in cielo tra i martiri della fede e noi chiediamo la sua intercessione per la pace e la sicurezza, per l’Iraq, per il clero e per i giovani perché rimangano saldi nella fede e possano rimanere a vivere nel proprio paese.
Noi siamo iracheni, originari di questa terra, ed è questa identità che ci riunisce tutti. Con tutti i fedeli ho chiesto alla Santa Vergine ed a San Paolo, il santo che Monsignor Raho amava maggiormente, che ci aiutino a vivere la carità e l’amore. Dio è amore. Ed è l’amore che serve per la riconciliazione.”


Monsignore, può dire qualcosa delle famiglie che lasciarono Mosul lo scorso ottobre?
“Posso dire che circa l’80% di esse hanno fatto ritorno alle proprie case ed alle proprie occupazioni. Un segno di normalizzazione che dà speranza.”

Foto:
A sinistra Padre Jibrail Toma, abate generale dell'ordine Antoniano di St. Hormizd dei Caldei nella cerimonia di commemorazione nel monastero di Dair Saida ad Al Qosh.
A destra Padre Raymond Moussalli, vicario patriarcale caldeo in Giordania e Mons. Michael Crotty, incaricato d'affari vaticano in Giordania ed Iraq nella cerimonia di commemorazione ad Amman.

15 marzo 2009

I 10 mila coraggiosi di Mosul. E i musulmani che li aiutano.

A lato, la diga di Mosul sul Tigri, by courtesy of Office of the Special Inspector General for Iraq Reconstruction (SIGIR)

Da Bagdadhope

Gli iracheni cristiani
stanno tornando a Mosul


Fonte: Radio Free Europe Radio Liberty

Tradotto ed adattato da Baghdadhope

5 marzo 2009

Baghdad - Circa 10,000 cristiani che fuggirono dalla città irachena settentrionale di Mosul per le violente persecuzioni dello scorso autunno stanno iniziando a tornare riporta RFE/RL’s Radio Free Iraq (RFI).
Il sacerdote di una chiesa caldea di Mosul, Padre Samir Elias, ha detto a RFE/RL’s Radio Free Iraq che la violenza dello scorso anno è stata "una nuvola estiva che ora è svanita e che speriamo non torni."
Egli ha aggiunto che i musulmani stanno aiutando i cristiani a risistemarsi a Mosul e che ne hanno fino ad ora protetto le proprietà.
Ramsay Micha Paulis, un funzionario della Chaldean Democratic Union ed un membro del consiglio provinciale di Ninive ha dichiarato alla RFI che circa l'80% dei cristiani fuggiti sono tornati.

Recommandations and abstract of the conference “Christian Existence in Iraq: On a Rise or Demise?”

Recommendations of the Conference entitled 

“Christian Existence in Iraq: On a Rise or Demise?”

Nell'immagine, da sinistra: il vescovo ausiliario di Bagdad, Andraos Abouna;il vescovo di Zakho e Dohuk, Petros Harboli; Hope Ammann, presidente della Fondazione saint Camille; mons. Michel Kassarji, vescovo di Beirut dei caldei; il vescovo di Alquosh, Mar Michael Maqdassi e padre Joseph Malkoun, parroco di Saint Raphaël a Beirut. 

Notre Dame University

Louaizé - Feb. 19, 2009. 
 

Introduction:

In result of the meetings that took place simultaneously with the preparations of this Conference between the representatives of the organizing Churches and their discussions about "The Christian presence in Iraq", and after listening to different points of view of speakers, religious and lay figures concerning the matter at hands, we reached the following recommendations: 

A- Recommendations addressed to Eastern Churches in Lebanon:

    1. Declaring this present year of 2009 as the "year of the Christian presence in Iraq" and to be materialized in cultural and religious activities as well as humanitarian aids.
    2. Organizing one day of prayer in all churches of Lebanon to sympathize with the Christians of Iraq.
    3. Forming a high committee to take care of the Christian Iraqi refugees in the neighboring countries in coordination with local governments and church leaders.
 
  1. Recommendations addressed to the Lebanese Authorities:
    1. Issuing temporary residency permits subject to renewal for the Iraqi refugees to be exempted from fees and collateral monetary deposits.
    2. Facilitating easy access for the Iraqi refugees to benefit from social services (health, education…) in coordination with the UNHCR, humanitarian non-governmental organizations and Iraqi Government.
 
  1. Recommendations addressed to International Society and The United Nations:
    1. Organizing a conference to examine the issue of "minorities in Iraq" to ensure their continuity and activate their role in their countries.
    2. Creating UN bureaus in coordination with Iraqi Government in multiethnic and multi-confessional areas in order to monitor violations and in consequence adopt an adequate system of protection.
    3. Working jointly with Iraqi Government to implement international agreements and charts concerning indigenous people.
    4. Increasing aids to the displaced Iraqis within Iraq and abroad, be it directly or thru related governments.
 
  1. Recommendations addressed to the Arab League and the Conference of Islamic Countries:
    1. Promulgating decisions that will help protect the  
      Christians in Iraq and in other countries of the Middle East.
    2. Working with Muslim religious leaders to enact decisions "Fatwa’s" that prohibit aggression against the peaceful Christian citizens of Iraq.
 

E. Recommendations addressed to the Iraqi Authorities:

      1- Ensuring a just representation of Christians in the parliament and, as for the provincial councils, it is suggested that the declarations by virtue of article 50 before cancellation be adopted.

      2- Implementing Act of Article (125) of the constitution that states that all administrative, political, cultural and educational rights must be ensured to all ethnicities.

      3- Ensuring work opportunities for all Iraqis, away from the confessional quota and marginalization. 

      4- Amending the Constitution on the basis of citizenship adopted as a true measure in public life and not on the basis of religious affiliation or ethnicity.

      5- Ensuring the return of the displaced people, facilitating the restitution of their properties and compensating them for their land that has been confiscated for public use.

      6- Inviting immigrants to return to Iraq and to invest in their regions and enacting a special law allowing the restitution of Iraqi citizenship to those who have lost it under previous regimes.

      7- Prioritizing attention to disadvantaged areas and accelerating the process to create developmental projects in order to generate job opportunities for the local citizens.

***

Abstract 

Under the patronage of His Beatitude and Eminence Patriarch Nasrallah Boutros Cardinal Sfeir, Maronite Patriarch of Antioch and all the East, represented by Bishop Youssef Bechara, the Eastern Churches in Lebanon (Chaldean, Assyrian, Orthodox Syriac and Catholic Syriac) along with the cooperation of “Notre Dame University” hosted a major conference which took place on the 19th of February 2009 concerning the Christian presence in Iraq, entitledChristian Existence in Iraq: On a rise… or demise?”

This conference was attended by Patriarchs, Bishops and Sheikhs from both the Christian and Muslim communities of various local and foreign churches and publics as well as representatives of many secular, cultural, educational, military, diplomatic and political entities. It was also covered by a considerable number of local, Arab, as well as foreign media channels and radio stations such as: LBCI, ANB, Future TV, Tele Lumière, Noursat, OTV, SAT 7, Sumariya (Iraq), Al Jazira (Arabic), Kurdistan (Iraq), Kanat al Hora (USA) and Voice of Lebanon radio station.

The conference featured many key speakers who proficiently, informatively, and decisively addressed the pressing problem which the Christians of Iraq are facing. 

The opening session began with the national anthem and then a welcoming speech by Father Walid Moussa, the President of Notre Dame University followed by a word from the head of the Chaldean community in Lebanon, Bishop Michel Kassarji, after that Bishop Yousef Bechara presented his word on behalf of Patriarch Mar Nasrallah Botrous Sfeir, Followed by a word from bishop Andraous Abouna the associate of the Cardinal of Babel Emanuel Deli the 3rd who spoke on his behalf and before ending the opening session, a word was received from the Lebanese President Michael Sleiman which was presented by the director of public relations at NDU Mr. Souhail Mattar.

The first session was initiated by presenting a documentary film by Assi Ziad Al Rahbani entitled “Departing…with history on their tracks.” After the documentary, a speech was made by Bishop Louis Sako Archbishop of Karkuk who spoke about the challenges of the persistence of Christians in Iraq followed by a speech from the Telkaif District Mayor Mr. Bassim Bello who addressed the basic elements concerning the existence of Christians in Iraq.

The second session included a film stating live testimonies of Iraqi people who spoke about their anguish, despair and pain regarding the hardships they have encountered in their homeland Iraq. Moreover, they spoke about the deep faith they have in their Lord who gives them peace, strength and harmony during these difficult times as well as the hope they are holding on to in returning to their beloved homes someday.                    

Furthermore, this session incorporated speeches from the Syriac Orthodox bishop of Aleppo-Syria Youhana Ibrahim, who spoke about the displacement of Christians from Iraq; Former Iraqi Minister Pascale Warde who spoke about the Christian rights and the freedom of other minorities; general secretary of the national committee for Islamic-Christian dialogue Dr. Mohammad al Sammak who spoke about the role of Muslims regarding the protection of Christian existence in Iraq. Finally, the last speech was made by Dr. Michel Awad who approached the Christian topic as part of the entire situation regarding the Christians of the East.  The Final word was delivered by General Michel Kasdano who stressed that the economic crisis can be compensated, but erasing pages from civilizations and history along with the deletion of communities from a country’s map cannot be remunerated. This has to be a Muslim mission and cause as much as it is a Christian cause. While the president of the higher Council of the Chaldean community in Lebanon Mr. Antoine Hakim presented a list of recommendation addressed to eastern churches, the International community, UN officials, Lebanese authorities, Iraqi officials, the Arab League and the conference of the Islamic states calling on them to take demanding action in putting a stop to this pressing matter and rescuing these minorities from this sad reality.

Récommandations et discours de clôte du Congrès de la présence chrétienne en Irak

Recommandations du Congrès de la Présence Chrétienne en Irak

" Présence en voie d'agonie ou de résurrection"

L'université de Notre Dame de Louaïzé 19 février 2009 

Introduction: 

      Par suite aux réunions qui ont accompagné la préparation de ce congrès entre les représentants des Églises organisatrices et les discussions qui ont porté sur la présence chrétienne en Irak, et après avoir écouté les points de vue des conférenciers et des responsables religieux et laïques à ce propos, nous sommes parvenus aux recommandations suivantes: 

  1. Recommandations aux Eglises Orientales au Liban:
  1. Baptiser l'année 2009 comme "année de la présence chrétienne en Irak", et la traduire par des programmes culturels et religieux et des aides humanitaires.
  2. Organiser une journée de prière commune dans toutes les églises du Liban à l'intention des chrétiens de l'Irak.
  3. Former, en coordination avec les gouvernements concernés et les chefs d'églises, un haut comité chargé de la question des réfugiés chrétiens irakiens dans les pays voisins.

  1. Recommandations aux autorités libanaises:
  1. Octroyer des séjours temporaires renouvelables aux réfugiés irakiens avec exemption des taxes et des garanties financières requises.
  2. Faciliter aux réfugiés irakiens l'accès aux services sociaux (santé, éducation...) en coordination avec le HCR, les organisations humanitaires et le gouvernement irakien.
 
  1. Recommandations à la Société Internationale et l'ONU. 
  1. Organisation d'un congrès pour étudier la question des "minorités en Irak" afin d'assurer leur continuité et activer leur rôle.
  2. Ouverture de bureaux pour les Nations Unies en coordination avec le Gouvernement irakien dans les régions pluri-religieuses et pluriethniques,  afin de surveiller les violations et adopter le système de protection requis.
  3. Travailler avec le Gouvernement irakien en vue d'appliquer les chartes  internationales au sujet des peuples autochtones.
  4. Augmenter les aides offertes aux déplacés à l'intérieur et en dehors de l'Irak, soit directement ou à travers les gouvernements concernés, en s’assurant de leur arrivée à destination.
 
  1. Recommandations à la Ligue des Pays Arabes et au Congrès des Pays Islamiques
  1. Promulgation de décisions qui contribuent à protéger la présence    chrétienne en Irak et dans tous les pays d'Orient.
  2. Travailler avec les chefs religieux musulmans en vue de promulguer des décisions qui défendent l'agression contre les citoyens chrétiens pacifiques en Irak. 
 
  1. Recommandations aux Autorités Irakiennes:
  1. Garantir une représentation équitable des chrétiens au parlement et proposer l'adoption des déclarations prévues par l'article 50 qui a été annulé.
  2. Appliquer l'article de la loi (125) de la constitution qui prévoit la garantie des droits administratifs, politiques, culturels et éducatifs des différentes ethnies.
  3. Assurer des opportunités de travail également pour tous les irakiens, loin du quota confessionnel et de la marginalisation.
  4. Amender la constitution sur la base de la citoyenneté adoptée comme vrai repère dans la vie publique, et non à la base de l'appartenance religieuse ou ethnique.
  5. Garantir les déplacés de leur droit de retour, faciliter la restitution de leurs biens et les endommager des terrains qui leurs ont été enlevés sous prétexte de l'intérêt public.
  6. Encourager les émigrés à revenir en Iraq, à investir dans leurs régions et promulguer une loi qui permet la restitution de la nationalité irakienne à ceux qui l'ont perdue sous les régimes précédents.
  7. Porter l'attention sur les régions défavorisées et hâter la mise en place des projets de développement en vue de créer des opportunités de travail aux résidents. 

***

Discours de Clôture

"Présence en voie d'agonie… ou de résurrection"  

      Ils sont les Chrétiens de l'Irak qui ont pris leur décision; ils ne peuvent plus rester! Au cœur de la souffrance où leur Sauveur les a voulus, ils ont beaucoup supporté tout au long de l'histoire, mais aujourd'hui ils ne veulent plus vivre en étrangers dans leur propre pays. Toujours visés, leurs moyens de subsistance baissaient de plus en plus, ils reconnurent qu'ils n'avaient plus de place dans le nouvel état. Ils décidèrent de partir.

   Et ce déplacement n'est pas un luxe pour eux, mais une coupe amère car leurs racines en terre de Mésopotamie remontent à l'aube de l'histoire…Aujourd'hui, ils sont devant l'inconnu et l'étranger qu'ils ne connaissent que très bien ses drames et ses souffrances.

      Dans les dernières trente années, plus d'un million de Chrétiens ont quitté l'Irak, aujourd'hui ils ne comptent pas plus que trois cent mille. Et, si cette hémorragie humaine continue au rythme actuel, cela pourrait mettre fin à cette présence en un temps record. Une nouvelle blessure viendra alors s'ajouter à bien d'autres dans la région, une blessure voire même une catastrophe de la taille de la question palestinienne. Car, la disparition des minorités chrétiennes des pays de la région converge avec les projets dépuration et de division en cours qui sont destinés à changer l'Orient et à le baigner dans l'obscurité. Ainsi, nous sommes confrontés à deux options: celle d'accepter ce qui se passe et se limiter aux déclarations et souhaits ou celle de travailler d'arrache-pied pour empêcher la catastrophe. C'est notre responsabilité à nous tous, sinon le dernier recours ou le moment de vérité. 

      C'est le moment ou jamais pour que le monde entier réalise que la crise économique et l'effondrement des marchés financiers peuvent être compensés alors que la suppression des civilisations et des peuples de la carte des nations ne peut être récupérée. Car, l'Histoire n'habite pas seulement les livres et les musés mais elle est incarnée dans les populations indigènes descendant des vieilles civilisations.

      

   Dans ce contexte, il faut dire que l'ONU est bien consciente de la gravité de la situation; tous les rapports des associations des droits de l'homme ont souligné les attaques menées contre les minorités religieuses en Irak qui peuvent conduire à leur disparition prochaine. 

   Or, comme il revient aux Nations Unies la tâche de préserver les minorités dans leur propres pays, notamment les populations autochtones, le défit qui se pose aujourd'hui à l'organisation internationale, voire aux pays du monde entier est de procéder à un traitement réfléchi et immédiat, même si cela doit exiger l'organisation de congrès régionaux et internationaux en vue de trouver les solutions adéquates à cette crise. Car, ces populations ont droit à la vie et la vie en paix. 

   Et, si les Nations Unies réussissent à remédier à la situation des minorités dans leurs régions résidentielles et à les protéger, à travers le Gouvernement irakien et en coordination avec lui, elles feront de ces contrées pluriculturelles et multi religieuses un modèle à suivre qui fera la  richesse de l'Irak.  

   C'est le moment de vérité pour l'Irak et les Irakiens, afin qu'ils décident s'ils tiennent vraiment à la présence de leurs frères chrétiens. S'ils le sont, ils doivent convaincre les chrétiens de rester et encourager ceux qui ont émigré à revenir. 

   Mais, ce qui passe aujourd'hui est bien le contraire, les indices, toutes sont négatives et révèlent une indifférence vis-à-vis au départ des chrétiens. Plus pires encore sont les tentatives de les attirer du côté Nord ou Sud, de la part de cette partie ou de l'autre; ceci ne pouvant que les déchirer et les disperser encore et encore. 

   Si vous voulez préserver vos frères chrétiens revêtez-les de leur dignité et respectez leurs particularités. Ceci doit commencer tout d'abord par la remise en vigueur de l'article 50 de la loi électorale et puis par l'initiation de la mise en œuvre des projets de développement dans les régions où les chrétiens se sont réfugiés en vue de les épargner de la pauvreté et de la misère. 

   Puis, avec un Irak qui va aujourd'hui vers des régions et des provinces qui rassurent leurs habitants à travers des modes de décentralisation administrative-comme stipulés dans la constitution- il serait peut-être bénéfique d'assurer une plus grande participation de la population chrétienne aux fonctions qui leur permettent de gérer leurs régions à côté des autres minorités coexistantes. Si, ces régions arrivent du fait à être construites et rétablies dans une stabilité garantie, elles ne manqueraient pas de former un oasis de sécurité à l'intérieur de l'Irak capable de dissuader les uns et les autres d'émigrer vers l'extérieur. 

   C'est le moment de vérité pour les Arabes et les Musulmans! 

   Les efforts déployés pour lutter contre l'extrémisme et les initiatives du dialogue interreligieux sont tous de bonnes démarches et dans la bonne direction. Mais, tout le monde reconnaît qu'ils ne peuvent être suffisants pour pallier aux échéances qui pressent, sachant que leurs fruits portés jusqu'alors restent modestes et n'ont pas été traduits sur le terrain pour contenir les crises. 

   Une de ces échéances serait d'empêcher de mettre fin à la présence chrétienne en Irak. C'est à partir de là que l'on peut préserver l'image de cet Orient  diversifié. Or, cette équation est globale et intégrale, car mettre fin à la présence chrétienne en Irak se répercutera négativement sur tous les Chrétiens d'Orient, car les facteurs psychologiques et démographiques qui se rapportent à la présence chrétienne dans les pays d'Orient sont communs et entrelacés. 

   Ainsi, des mesures graves et décisives sont à prendre, comme la convocation de la Ligue des pays arabes à un congrès extraordinaire tenu au sujet des chrétiens de l'Irak où des décisions doivent être rendues pour les préserver dans leur propre pays et faciliter coûte que coûte le retour de ceux qui se sont réfugiés dans les pays voisins. Cette cause devant être celle des Musulmans autant qu'elle ne l'est pour les Chrétiens.  

   Et si d'une manière plus globale, les musulmans tiennent à faire preuve de leur intention de garder les Chrétiens en Orient, les gouvernements arabes et musulmans sont confrontés à un défi de civilisation, non seulement en refusant l'esprit de traîtrise, mais en formulant un projet humanitaire ouvert qui saura reconnaître un vécu commun dans un partenariat parfait et dans une société où le droit à la différence et la distinction est respecté. 

       Enfin, c'est le moment de vérité pour les Chrétiens

      Nous les Chrétiens, pourquoi avons-nous honte de susciter la question de nos parents en Irak quand nous avons appuyé des causes arabes et musulmanes justes partout dans le monde et avons compati avec elles. Telle est "la Chrétienté" qui court au secours de  tous les drames de l'humanité, et si la victime, le menacé était chrétien avec qui nous avons des liens culturels et historiques, que dire alors! 

      La cause des Chrétiens de l’Irak est juste. Ici, on défend une présence menacée de disparition et la compassion est envers un drame qui touche des centaines de milliers de réfugiés dans les pays voisins. Ainsi, la responsabilité incombe à tous les pôles et les institutions chrétiennes en Orient et dans le monde afin d’unir leurs efforts et aider leurs frères en Irak et les réfugiés à l’extérieur. 

      Cette solidarité entre chrétiens est une condition pour eux de pouvoir continuer et rester en Orient. L’engagement au sort commun les libère de leurs petits soucis au niveau de leur pays et les ouvre à une plus grande question, celle de leur existence. 

      Une fois, qu’ils réalisent qu’ils détiennent en mains les rênes de leur propre salut et se reconnaissent responsables du recul de la Chrétienté en Orient, du fait qu’ils se sont éloignés de leurs valeurs religieuses, ils chercheront à renouveler leur Chrétienté et à restructurer leur présence sur des bases nouvelles et solides.  

      Ce renouvellement commence par le retour des Chrétiens à la source première de la foi, au reniement des égoïsmes, à la limitation de la compétition entre partisans ainsi qu'entre  adeptes de différentes Eglises. S’ils ne le font pas, ils chercheront vainement une paix intérieure et une stabilité extérieure. 

      En conclusion,

      Le drame est réel, le danger de disparition que court la présence historique chrétienne est grave et pressant. Pour cela, nous espérons que les efforts du sauvetage puissent commencer sans plus de délai où chacun assumera sa propre responsabilité. Si la question incombe aux grandes parties, elle appartient aujourd’hui au grand public, où tout le monde est appelé à prendre la relève et œuvrer avec l'aide des médias pour toujours la ranimer. 

      Ici, j’adresse mes salutations à tous nos parents chrétiens en Iraq et aux réfugiés à l’extérieur, et leur dit : «Vraiment, vous êtes les bougies de la Mésopotamie et le cœur de l’Iraq. Ici au Liban, nous nous courbons devant vos souffrances et prions pour vos martyrs. Leur sang n’a pas coulé en vain, il vous affirmera et consolidera dans vos difficultés ». 

      Et, s'ils répondent, ils me diront je l’imagine: « Nous vous remercions ô libanais de toutes les communautés parce que vous défendez notre cause. Nous te remercions ô Beyrouth, toi qui cours toujours pour appuyer les  réprimés, même quand tu es toi-même fatiguée, couverte de blessures. Aujourd’hui, "Dame du Monde", tu t’enquiers de la vieille Bagdad, des bons vieux gens. Bagdad te répondra : « Non, leur soleil ne disparaîtra pas et je ne dirai pas adieu aux chrétiens de l’Irak parce qu’ils restent ». 

Finalement,nous remercions tous ceux qui ont cru à notre cause et compati avec nous. Nous remercions l’Eglise Maronite et toutes les Eglises du Liban, ainsi que toutes les Eglises orientales et leurs représentants pour avoir organisé ce congrès. Nous remercions l’Université de Louaizé qui nous a accueillis et assisté dans les travaux préparatifs. Comme nous remercions tous ceux qui ont aidé à la réussite de cet évènement.

Puisse Dieu  garder notre cher Orient et ses Chrétiens ensembles avec leurs frères Musulmans.

Que Dieu vous donne perpétuité et succès pour compléter cette mission. Dans l’espoir de vous recevoir au prochain congrès, si Dieu le veut.  

07 marzo 2009

Rassegna stampa dal Libano

Avvenire, 22 febbraio 2009, «I ghetti in Irak per i cristiani sono un errore» - link

La Liberté,
28 febbraio 2009, «Enfermer les chrétiens d’Irak dans un ghetto serait une grave erreur» - link

Il Giornale del Popolo, 5 marzo 2009, Cristiani perseguitati in Irak, pericolo di contagio regionale - link

Tempi, 5 marzo 2009, «Ma noi non ci arrendiamo» - link

Tracce, 5.3.2009, KASSARJI: «Così in Libano aiutiamo i cristiani in fuga» - link

SamizdatOnline, La fede in Cristo non è un'idea, editoriale - link

Katholiek Nieuwsblad, 6 marzo 2009, "Alleen met z'n allen", link

Nella foto, Andraos Abouna, vescovo ausiliario di Bagdad, by courtesy of Hope Ammann

«Preferisco morire da martire in patria che vivere da schiavo ovunque altrove».

A lato, nell'ordine: il vescovo ausiliario di Bagdad, Andraos Abouna; il vescovo di Zakho e Dohuk, Petros Harboli; Hope Ammann, presidente della Fondazione saint Camille; mons. Michel Kassarji, vescovo di Beirut dei caldei; il vescovo di Alquosh, Mar Michael Maqdassi - autore della citazione con cui abbiamo intitolato questo post - e padre Joseph Malkoun, parroco di Saint Raphaël a Beirut.

Da Tempi del 2 marzo. È nostro gradito dovere ringraziare Rodolfo Casadei per il coaching che ha reso possibile questa pubblicazione.

Ma noi non ci arrendiamo

«Preferisco morire da martire in patria che vivere da schiavo ovunque altrove».
Così rispondono i caldei iracheni alle violenze dei terroristi islamici che li stanno decimando

di Ida Soldini
Beirut
Politici e militari. Membri del parlamento e media di tutto il Medio Oriente. Autorità religiose sia cristiane che musulmane. Non mancava proprio nessuno al convegno delle Chiese cristiane d’Oriente intitolato “Cristiani d’Iraq: Agonia di una presenza o resurrezione” che si è svolto a Beirut lo scorso 19 febbraio. Scopo dell’iniziativa, voluta dal vescovo caldeo di Beirut Michel Kassarji e ospitata dall’università di Notre Dame de Louaizé dei maroniti: affermare che la presenza dei cristiani in Medio Oriente è minacciata gravemente e che la sua perdita sarebbe una tragedia per tutti i popoli della regione.
«Tutti hanno contribuito all’esclusione dei cristiani iracheni, e molti ne facilitano la partenza», ha detto monsignor Kassarji nel suo intervento. «Dal buio di questo tunnel, noi cominciamo però oggi a prendere coscienza del fatto che se i cristiani vanno perduti, allora tutti si perdono. Perché la tradizione musulmana non ha mai conosciuto una simile esclusione dei cristiani dalla vita dei vari paesi. Con questo convegno vogliamo lanciare l’allarme a riguardo del destino dei cristiani iracheni. Il modello iracheno è un’anticipazione di quanto è destinato ad accadere in tutto il Medio Oriente: un processo il cui unico esito possibile è lo svanire della presenza cristiana. I nostri antenati hanno vissuto le persecuzioni: la loro esperienza ci scorre nelle vene, è il nostro stesso sangue, e per questo noi dobbiamo restare. Ed è possibile che ciò avvenga, se ci verrà dimostrato anche solo un briciolo di solidarietà». Ad ascoltarlo c’erano rappresentanti di tutte le
Chiese e i riti cristiani del Libano: melchiti, caldei, assiri, maroniti, armeni, greco-ortodossi e tutti gli altri. Ma c’erano anche i rappresentanti dei musulmani sunniti e dei drusi, l’islamico Mohammad Sammak, segretario generale del Comitato cristiano-musulmano per il dialogo, gli ambasciatori di Spagna e dell’Iraq, il responsabile dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i profughi a Beirut, esponenti di tutti i partiti libanesi e tante, tante televisioni libanesi ed arabe: Anb, Lbc, Future Tv, Tele Lumiere (cristiana), Noursat, Otv, Sat 7 (cristiana libanese internazionale), Sumariya (irachena) Al Jazeera e Kurdistan Satellite Channel (la tivù del Partito democratico del Kurdistan iracheno).
Tanti gli oratori che si sono succeduti sul podio, ma nessuno di loro ha pronunciato la benché minima accusa nei confronti dei gruppi di popolazione ai quali appartengono gli autori di omicidi, stupri, furti, intimidazioni, attentati che si succedono come uno stillicidio e che hanno talmente provato i cristiani iracheni da far perdere loro la speranza di un futuro possibile nel paese in cui vivono da 2.000 anni. Nessuno degli interventi ha citato né l’etnia né la confessione degli autori di atrocità che pure sono rivendicate, le cui intenzioni sono dichiarate. Una madre la cui figlia è stata rapita, violentata e che in seguito è stata buttata morta sulla piazza del paese ha detto di aver ricevuto questa telefonata: «Non vogliamo soldi, l’abbiamo fatto per spezzarvi il cuore».

L’ambasciatore si alza e se ne va
Mohammad Sammak è intervenuto per sottolineare che il diritto dei cristiani a restare è fondato sulla lettera del Corano. Nonostante tutto questo qualcuno si è offeso: l’ambasciatore iracheno in Libano ha abbandonato il consesso nel bel mezzo del suo svolgimento, offeso perché ha ritenuto che lo Stato iracheno sia stato accusato di inadempienza nei confronti dei cristiani. Si è offeso perché il problema è stato semplicemente posto, perché è stato detto che un problema c’è.
Tre i vescovi caldei iracheni presenti ai lavori, ospiti dell’Eparchia caldea di Beirut che si trova non lontano da uno dei grandi quartieri sciiti della città. C’erano l’arcivescovo di Kirkuk, monsignor Louis Sako, ben noto ai lettori di Tempi, il vescovo ausiliario di Baghdad Mar Andraos Abouna, dotato di uno humor raffinato e contagioso, e Mar Micha Maqdassi, vescovo di Al Qosh (la cittadina presso il cui monastero durante il XVI secolo i cristiani assiri decisero di ricongiungersi con Roma), un montanaro del nord, come egli stesso si definisce, borbottando fra sé: «Io preferisco morire martire nel mio paese che vivere da schiavo ovunque altrove». Ma c’erano anche esponenti della Chiesa assira orientale, cioè di quei cristiani iracheni che sono rimasti separati da Roma anche dopo il 1553. Il loro atteggiamento riempie di stupore: nonostante provengano da una realtà in cui la tragedia è la stoffa del quotidiano, nell’incontrarli ci si accorge che questi uomini non sono né impauriti né rancorosi, né tristi né disperati, né arrabbiati né hanno sete di vendetta. Costruiscono. Come monsignor Kassarji, che dopo anni di sforzi è riuscito a entrare in possesso di uno stabile in cui realizzare il centro medico-sociale a favore dei rifugiati iracheni presenti a Beirut (per il quale Tempi aprì nel 2007 una sottoscrizione fra i lettori). Al terzo piano di una palazzina nel quartiere di Bir Hassan, sono incominciati i lavori di ristrutturazione: i muri sono stati abbattuti per far spazio a due ambulatori medici, un gabinetto dentistico, un centro di aiuto sociale, un’aula di formazione. Kassarji forse è ottimista, ma parla di inaugurazione fra tre mesi. La sua intenzione è servire senza distinzione di appartenenza etnica o confessionale le persone che si rivolgeranno al centro. Crede che sia possibile fornire assistenza sanitaria a prezzo molto ridotto a chi non avesse risorse proprie, e pensa che a regime questa iniziativa possa rispondere in modo adeguato alle necessità degli iracheni in Libano.
Vorrebbe però che l’Occidente facesse di più la sua parte: «Le istituzioni internazionali sono assenti, e si chinano solo con estrema precauzione su questo dossier. Le iniziative sono timide nell’energia investita e modeste nelle dimensioni degli interventi attuati. Così si lascia che i cristiani si dibattano nel loro dolore. Eppure noi siamo certi che la nostra presenza è importante per il Medio Oriente, una terra che i cristiani da sempre hanno contribuito a far fiorire».

Raccomandazioni affinché ai cristiani sia possibile restare in Medio Oriente

Raccomandazioni in conclusione al congresso sui cristiani d’Irak intitolato
Agonia di una presenza o resurrezione,
Beirut, 19 febbraio 2009

Trascrizione non rivista dagli autori, a cura di Ida Soldini

Alle Chiese orientali raccomandiamo di:
  1. Fare dell’anno 2009 l’Anno dedicato all’esistenza dei cristinai in Irak con un prgoramma di attività culturali e religiose e degli aiuti umanitari
  2. Organizzare una giornata di preghiera dall’intenzione unificata in tutte le chiese del Libano per i crsitiani dell’Irak
  3. Formare un Alto Comitato il cui compito sia favorire la causa dei rifugiati cristiani irakeni nei paesi circonvicini in collaborazione con i governi di detti paesi e delle autorità delle chiese
Alle autorità libanesi raccomandiamo di:
  1. Concedere dei permessi di soggiorno temporanei e rinnovabili per i rifugiati irakeni esentandoli dal pagamento delle tasse dovute per tali permessi e dal fornire le garanzie da essi di norma richiesti
  2. Facilitare ai rifugiati iracheni l’accesso ai sevizi sociali, sanitari, educativi ect… in collaborazione con l’ONU e il governo irakeno
Alla comunità internazionale e all’Orgnizzazione delle Nazioni Unite raccomandiamo di:
  1. Organizzare un congresso che studi la questione delle minoranze nell’Irak in vista di garantire la conservazione della loro esistenza e il diritto ad esercitare il ruolo che loro compete
  2. Aprire degli uffici dell’ONU in collaborazione con il governo irakeno nelle regioni dove vivono i profughi, in particolare in Siria, Giordania e Turchia
  3. Operare concordemente con il governo irakeno per implementare le convenzioni internazionali riguardante i popoli indigeni
  4. Aumentare gli aiuti offerti ai rifugiati irakeni in Irak e al di fuori dei suoi confini, in modo diretto, oppure attraverso i governi implicati, allo scopo di garantire che tali aiuti arrivino alla loro destinazione.
Raccomandiamo alla Lega dei Paesi Arabi e al Congresso dei Paesi Islamici di:
  1. Assumere delle decisioni che contribuiscano alla protezione dei cristiani, sia nell’Irak che nei restanti Paesi oreintali
  2. Operare concordemente con altre istituzioni islamiche per proclamare delle fatwa che proibiscano qualsiasi aggressione contro i cittadini cristiani d’Irak
Raccomandiamo alle autorità irakene di
  1. Garantire una rappresentanza equa dei cristiani in parlamento, mentre per quanto riguarda i consigli di distretto raccomandiamo di adottare quanto è stabilito nell’articolo 50 della Costituzione, prima che fosse abrogato.
  2. Applicare l’articolo 125 della Costituzione, nel quale i diritti culturali, politici ed educativi delle differenti etnie sono garantiti.
  3. Assicurare che le opportunità di lavoro siano distribuite in modo equo a tutti gli iracheni senza discriminare o emarginare alcuna delle comunità presenti.
  4. Emendare la Costituzione in modo tale che la cittadinanza sia il criterio fondante la vita pubblica, e non la religione o l’etnia.
  5. Garantire il diritto di ritornare agli emigrati iracheni, facilitare che rientrino in possesso dei loro beni, e assicurargli un’indennità per i terreni che sono stati confiscati in funzione del bene pubblico.
  6. Incoraggiare gli emigrati a ritornare in Irak e d’investire nelle loro regioni, promulgare una legge speciale che restituisca la nazionalità irachena a quanti l’hanno perduta durante il precedente regime.
  7. Valorizzare le regioni più povere di mezzi, e intraprendere rapidamente dei progetti di sviluppo nei quali siano creati posti di lavoro per gli abitanti di tali regioni.

Forse che Cristo in Medio Oriente è diventato un’idea astratta, e non è più una presenza viva?

Intervento di Mons. Michel Kassarji al convegno del 19 febbraio scorso a Beirut: appunti non rivisti dall'autore. Si tenga conto che si tratta della trascrizione della traduzione simultanea dall'arabo al francese. Chiediamo venia per le imprecisioni e aspettiamo il tsto francese.

«San Paolo descrive la fede eroica di chi ha assaggiato la prigione e i colpi di frusta. In Irak tutto ciò è ridiventato attuale : i cristiani iracheni fuggono perché sono sull’orlo della disperazione. Fuggono, si disseminano nella diaspora e c’è il reale rischio che presto la presenza cristiana in Irak abbia fine.
Tutti hanno contribuito all’esclusione dei cristiani, e molti ne facilitano la partenza. Dal buio di questo tunnel, noi cominciamo però oggi a prendere coscienza del fatto che se i cristiani vanno perduti, allora tutti si perdono. Perché la tradizione musulmana non ha mai conosciuto una simile esclusione dei cristiani dalla vita del paese.

Con questo convegno, vogliamo suonare l’allarme a riguardo del destino dei cristiani iracheni. Il modello iracheno è un esempio, un esperimento di quanto è destinato a succedere in tutto il Medio Oriente : un processo la cui unica conseguenza possibile è lo svanire della presenza cristiana. E questo stesso destino può diventare quello di moltissimi altri paesi. I nostri antenati hanno vissuto le persecuzioni: la loro esperienza ci scorre nelle vene, è il nostro stesso sangue, e per questo noi dobbiamo restare. Ed è possibile che ciò avvenga, se ci verrà dimostrato anche solo un briciolo di solidarietà.
Il Libano ha giocato da sempre un ruolo importante nel destino dei cristiani del Medio Oriente e la chiesa maronita può assumere la responsabilità di questa causa. I maroniti hanno potuto conservare la loro identità e hanno conservato un'apertura sia verso l’Occidente, sia verso la loro patria. Perciò noi poniamo la causa dei cristiani d’Irak sotto l’alto patronato di Mgr. Boutros Sfeir, il cardinale Patriarca dei maroniti, perché la loro causa fa parte di quella di cui il egli ha l’onere.
Per molti cristiani la fede vacilla : la chiesa è impotente a portar soccorso, è impotente per la paura delle reazioni che potrebbero esserci. La chiesa a livello mondiale percepisce la presenza dei cristiani irakeni come un causa disperata, come se per le circostanze avverse si fosse già deciso che è impossibile continuare a sperare. Le istituzioni internazionali sono assenti, e si chinano solo con estrema precauzione su questo dossier. Le iniziative sono timide nell’energia investita e modeste nelle dimensioni degli interventi attuati. Così si lascia che i cristiani si dibattano nel loro dolore. Eppure noi siamo certi che la nostra presenza è importante per il Medio Oriente, una terra che i cristiani da sempre hanno contribuito a far fiorire.
L’unità dei cristiani è l’unico modo perché questa presenza abbia una continuità: occorre tornare alle nostre origini. E le nostre origini sono un uomo che non è certo rivestito d’oro, ma ha un cuore grande. Forse che Cristo in Medio Oriente è diventato un’idea astratta, e non è più una presenza viva?

E fino a quando noi qui in Libano staremo ad aspettare il nostro turno? Auspichiamo che questo nostro convegno possa essere una tribuna per lanciare un appello affinché il Medio Oriente sia sempre ricco di identità plurali, e perché i nostri fratelli musulmani prendano le iniziative e assumano le responsabilità che incombono loro oggi. Infatti difendendo la presenza dei cristiani Irakeni, noi difendiamo nello stesso tempo anche l’immagine di un Islam dal volto umano.
Che la nostra solidarietà possa sostenere la pazienza dei nostri fratelli in Irak.»

30 gennaio 2009

Un ringraziamento e un invito, accettato.

Abbiamo ricevuto i ringraziamenti di Mons. Kassarji per il versamento di quanto raccolto a suo nome.
Il 18 febbraio prossimo ci recheremo in Libano alla conferenza organizzata per esprimere il giudizio delle Chiese orientali sulla situazione dei profughi irakeni di religione cristiana.
Ci accompagnerà Dom Joseph Karber, il parroco della Liebfrauen di Zurigo che ci aveva accolti con grande magnanimità nel giugno scorso.


06 gennaio 2009

Grandi news da Mons Michel Kassarji!

A lato, Mons. Kassarji e Lorenzo lo scorso mese di giugno davanti alla Hofkirche di Lucerna, dove siamo passati a rendere visita alla tomba di H.U. von Balthasar.

Il giorno dell'Epifania abbiamo ricevuto, a sorpresa, una telefonata da Beirut, nella quale il nostro carissimo amico ci diceva:
  • che si intravvedeva nel nostro e-mail natalizio di auguri (cortesissimo) una certa irritazione per la mancanza di notizie
  • di aver raccolto fondi a sufficienza per comprare lo stabile per creare il centro d'accoglienza in periferia di Beirut, allo scopo di impedire l'arresto dei sans-papier nel tragitto fra la loro casa e la sede dell'Eparchia, che si trova a circa 5 km dalle loro abitazioni, in centrocittà.
  • di aver ricevuto il cellulare regalato da Marisa (che ringrazia di cuore), "Il senso religioso" di Luigi Giussani in lingua araba e 1700 franchi che abbiamo avuto la disgraziata idea di mandargli per posta pacchi a luglio, sei mesi fa. Noi avevamo ormai da tempo dato il pacco per disperso, e stavamo meditando su come raggranellare 1700 cocuzze per rimborsarlo.
  • di aver ricevuto il premio per la pace 2007 del Presidente della Regione Lombardia, On. Roberto Formigoni.
  • di stare preparando un incontro internazionale in Libano sui cristiani iracheni in fuga dal Medio Oriente. Parteciperanno anche diversi ministri iracheni. Monsignore ci ha invitati in questa occasione in Libano.
Noi siamo strabiliati.

Infine, di ritorno dalle nostre vacanze abbiamo costatato che il conto postale dedicato a questa vicenda ammontava a 20 mila CHF. Abbiamo provveduto immediatamente a girare l'intera somma all'Eparchia caldea di Beirut.

In tutto il 2008, dalla Svizzera, abbiamo raccolto contribuiti per i cristiani iracheni soccorsi dall'Eparchia caldea di Beirut per un ammontare di 33'700 CHF, che sono stati interamente versati al destinatario.

Salvare i caldei e la presenza dei cristiani in Medio Oriente: un convegno a Beirut a febbraio

A lato, le nevi del Libano: il monte Hermon. Grazie a Bagdadhope per la segnalazione
Sempre da Bagdadhope apprendiamo che la nomina del successore di Mons. Paulos Faraj Rahho, l'arcivescovo di Mosul ucciso in modo atroce un anno fa, è prevista per l'inizo del 2009.

«Il mondo ci aiuti a fermare l’esodo dei caldei» esuli a Beirut

da Avvenire di domenica 28 dicembre 2008

di Luca Geronico

Un accordo internazionale, una mobilitazione dei Paesi arabi, dell’Ue e dell’Onu: riunioni, appelli, consultazioni informali... All’episcopato caldeo di Beirut, mentre continua l’afflusso di profughi in cerca di aiuti umani-tari, si lavora a una strategia politica «Questo mese 32 famiglie dall’Iraq , il mese scorso lo stesso: noi ne abbiamo registrate mille e 200 ma molte preferiscono restare completamente nell’ombra. Almeno 5000 caldei, altrettanti musulmani. Ma in Siria e Giordania ce ne sono molti di più e sulla loro sorte e situazione sappiamo molto poco».

Almeno 300mila caldei in fuga si stima. Snocciola le cifre di quella che in altre regioni del mondo è stata chiamata “pulizia etnica” e da due anni è il suo assillo quotidiano: dovere di solidarietà, ma anche una sfida: «La mia missione? Salvare questo popolo», afferma battendo il pugno sul bracciolo della poltrona nel suo studio Michel Kassarji, il vescovo caldeo di Beirut. Tocca alla piccola comunità caldea libanese accogliere e rianimare chi scappa dall’Iraq: quest’anno aiuti pari a 700mila dollari e un preziosissimo lavoro di segretariato sociali; mezzo milione di dollari l’anno precedente.
Ma soccorrere, medicare, non è una soluzione che possa soddisfare: «Cosa direste voi in Italia se si spopolasse il Vaticano? La Chiesa irachena è una delle più vecchie al mondo, nella liturgia si parla l’antico aramaico».

Una vera svolta in negativa, racconta Michel Kasdano – generale in congedo che ora dirige il centro informazioni della Chiesa caldea – è stato l’omicidio lo scorso marzo del vescovo di Mosul Paulos Faraj Rahho: «Da allora chi arriva oltre al dolore della propria famiglia aggiunge: 'Hanno ucciso il nostro vescovo'». E si scappa sempre di più: per le minacce degli integralisti islamici, per le accuse di aver lavorato per gli americani, per le bande di delinquenti che taglieggiano la popolazione. «Ma anche per il virus dell’immigrazione: il miraggio di un futuro in Occidente che in realtà è sempre più misero delle attese senza capire che inevitabilmente così si perde la propria identità», aggiunge monsignor Kassarji. È la consapevolezza che la questione caldea cela altro: «In Terra santa i cristiani sono solo lo 0,5 per cento. Pure in Libano , l’ultimo Paese con una presenza significativa dei cristiani, si continua ad emigrare», continua Kassarji.

Creare le condizioni per restare, preparare un piano che consenta ai caldei di avere in Libano – che non riconosce lo status di rifugiato politico – una seconda patria per ritornare nel lungo periodo in Iraq.

Così i caldei del Libano hanno coinvolto la Chiesa maronita e stanno preparando un convegno internazionale per la metà di febbraio con tutte le componenti religiose e politiche del Medio Oriente: un piano per salvare i caldei e rendere possibile una presenza dei cristiani in Medio Oriente: «È una questione simbolica, se vogliamo come quella palestinese nei decenni scorsi per cui chiediamo una risposta della comunità internazionale», afferma il generale Kasdano. Creare in Libano , Siria e Giordania le condizioni per una permanenza e negoziare in Iraq, prima che gli americani si ritirino, uno statuto particolare: «Non una autonomia politica e amministrativa come si voleva nella Piana di Ninive, ma individuare una regione storica protetta da una forza internazionale dell’Onu». Una speranza che diventa una supplica ai cristiani del Medio Oriente: «Ritornate, ritornate nella vostra terra».

02 dicembre 2008

L'Europa che non capisce niente favorisce l'esodo dei cristiani dall'Irak

Da Asianews

Mons. Sako: incentivare l’esodo dei cristiani
è un danno per tutto l’Iraq

L’Unione Europea ha annunciato di voler accogliere fino a 10mila profughi iracheni, in esilio in Siria e Giordania. L’arcivescovo di Kirkuk (a lato nella foto) si dice contrario a una fuga di massa dei cristiani dalla loro terra d’origine e denuncia l’assenza di una leadership politica che promuova l’unità. Andarsene implica “tradire il senso del messaggio cristiano”.

Kirkuk (AsiaNews) – Accogliere i rifugiati è doveroso, ma ancora più importante è “eliminare le cause alla base della fuga” e permettere alle persone di “vivere in pace e armonia nella loro terra”. È il senso del messaggio che mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, lancia attraverso AsiaNews sulla questione dei profughi iracheni.

Il 27 novembre l’Unione Europea ha annunciato di essere pronta ad accogliere fino a 10mila rifugiati iracheni, la maggior parte dei quali vive in esilio in Siria e Giordania, in mezzo a stenti e sofferenze. “Fare una sanatoria di questo genere – continua mons. Sako – è come dire ai cristiani di fuggire, di andarsene via dall’Iraq. Oggi 10mila, domani altri 10mila fino al giorno in cui il Paese non si svuoterà della presenza cristiana”. Il prelato ribadisce che non ci si può limitare “ad accogliere i rifugiati”, ma bisogna predisporre “tutte le iniziative necessarie per favorirne la permanenza”.

La Germania ha affermato di essere pronta ad accoglier almeno 2500 profughi e la priorità verrà concessa a quanti necessitano di cure mediche, alle vittime di torture e abusi, alle ragazze madri e alle minoranze religiose. Un plauso arriva dall’Alto commissario Onu per i rifugiati che parla di un “passo positivo”, dopo 18 mesi di pressioni esercitate nei confronti di Bruxelles. L’arcivescovo di Kirkuk non giudica negativa “in toto” la decisione, ma tiene a precisare che “vi sono casi estremi di persone che non possono rientrare, come i membri del vecchio regime di Saddam”, ma non per questo va favorito un esodo di massa che finirebbe per peggiorare la situazione. “È giusto accogliere le persone in difficoltà – continua – ma è altrettanto giusto affrontare casi specifici e soprattutto lavorare per la ricostruzione di una convivenza civile nel Paese”.

Mons. Sako denuncia la mancanza di una linea comune all’interno della comunità cristiana e l’assenza di una leadership politica forte: “I cristiani sono divisi al loro interno – commenta – alcuni voglio restare, altri preferiscono andare via. La voglia di fuga è senza dubbio acuita dalla mancanza di un leader politico che orienti le persone verso un progetto concreto, solido, che le convinca a restare, pur fra sofferenze e difficoltà”. Contraria all’esodo è anche una larga fetta della comunità musulmana, che si aspetta dai fratelli cristiani “fedeltà, apertura e moralità”, ma soprattutto una collaborazione concreta “per la costruzione di un futuro assieme” perché considerano “i cristiani una parte integrante del Paese”.

L’arcivescovo di Kirkuk conclude lanciando un monito alla comunità cristiana: “Fuggire di fronte alle difficoltà – dice – significa perdere la sostanza del messaggio cristiano che ci invita alla missione, non alla ritirata. Persino nel caso di persecuzioni bisogna mostrare il senso più profondo del Vangelo, che ci chiede di essere testimoni del sacrificio di Cristo. Andare via equivale a tradire tanto il compito dell’annuncio cristiano, quanto le attese e le speranze di molti musulmani . In tutto questo è racchiuso il senso dell’espressione ‘Quo vadis?’ pronunciata secondo la tradizione da Pietro a Gesù. Questi, rispondendogli, lo invitava a tornare a Roma per affrontare il martirio”.(DS)

14 ottobre 2008

Il silenzio assordante che circonda Mosul e un'intervista a Mons. Kassarji

A lato, Mons. Michel Kassarji davanti alle reliquie di Saint Charbel a Hauterive, nel giugno scorso. Ricordiamo lo spazio da noi creato per ricordarcelo e sostenerlo: Amici di Mons. Kassarji.

Da Vita del 12 ottobre 2008, e grazie alla segnalazione di Bagdadhope

di Daniele Biella

La denuncia del vescovo libanese Michel Kassarji in prima linea nell'accogliemento dei caldei
«Iracheni caldei, facile bersaglio dell’odio fra religioni». Non usa mezzi termini monsignor Michel Kassarji, dal 2001 vescovo cristiano caldeo dell’Eparchia di Beirut, nel definire la persecuzione in atto a Baghdad e in tutto l’Iraq nei confronti dei cristiani caldei: nella sola città di Mosul, 12 persone sono morte e migliaia sono dovute fuggire dalle loro case nelle ultime due settimane. Michel Kassarji, 52 anni, libanese, è da qualche anno in prima linea nell’accogliere in Libano i rifugiati iracheni che riescono a lasciare l’Iraq, in fuga dalle persecuzioni di gruppi integralisti di fede musulmana.

Qual’è la situazione attuale in Iraq? "I numeri parlano chiaro. Dei 750mila cristiani caldei presenti in Iraq prima del 2004, anno di inizio delle violenze contro di loro (e della guerra scatenata dagli Stati uniti, ndr), oggi almeno 300 mila sono fuggiti all’estero, soprattutto nei paesi confinanti, Siria Giordania e Libano. Metà delle chiese cristiane di Baghdad sono state bruciate, e le strutture sociali ecclesiastiche subiscono continui attentati. Dei 12 sacerdoti rapiti in cambio di un riscatto, tre sono stati assassinati."

Quali sono i motivi della persecuzione? "I caldei sono considerati “crociati”, amici della forza occupante, gli Stati Uniti, nazione a maggioranza cristiana. Vengono costretti a convertirsi all’Islam, e, se rifiutano, devono abbandonare la propria casa e il proprio Paese. Molti, soprattutto giovani, vengono tolti alle loro famiglie e uccisi. I caldei in Iraq, una delle comunità più antiche del Cristianesimo che ancora oggi parla aramaico, sono diventati una vera e propria minoranza bersaglio. Pagano la rabbia delle frange più intransigenti dei musulmani iracheni."

Come arrivano in Libano? "Ogni giorno da tre anni una ventina di caldei iracheni supera il confine, in modo illegale per le autorità libanesi, che non li riconoscono come rifugiati (Beirut non ha mai firmato la Convenzione Onu del 1951 per i richiedenti asilo, ndr) ritenendoli quindi dei clandestini. Per questo vivono nell’ombra, cercando ospitalità in case altrui e chiedendo appoggio alla comunità cristiana, che in Libano, al contrario di altri Stati, è una minoranza ben organizzata. Attualmente sono presenti almeno 10mila profughi, ai quali cerchiamo di fornire più assistenza possibile. Ma è un’impresa piena di ostacoli da superare."

In che senso? "Nonostante le autorità tollerino il nostro intervento nel rispondere all’emergenza umanitaria, non ci danno nessun aiuto e dobbiamo agire nel modo più rapido e silenzioso possibile. Spesso devo andare in prima persona a parlare con i ministri, con i poliziotti alla frontiera, nelle carceri dove sono detenuti i rifugiati, per ottenere qualche risultato ed evitare il peggio. Oggi quello che riusciamo a fare è trovare ai profughi un alloggio temporaneo e assicurare loro un minimo sostegno sanitario."

Quali sono i problemi più urgenti da risolvere? "Due i più gravi: trovare un lavoro degno agli adulti, che per la loro condizione di clandestini spesso vengono sfruttati dagli stessi libanesi come manodopera a bassissimo costo, e garantire l’istruzione ai giovani. Oggi sono almeno un migliaio i bambini in età scolastica delle 800 famiglie che aiutiamo. Di loro, la maggior parte non va a scuola. Per questo stiamo cercando appoggio per costruire una scuola pubblica nella Diocesi, per la quale ho già in mano l’autorizzazione del governo libanese ma mancano i fondi."

E l’aiuto internazionale? "È ancora poco. Anche per questo mi reco all’estero a spiegare la disperata situazione in cui versano i rifugiati iracheni. Tutti, cristiani e non, hanno l’obbligo morale di sapere quello che succede, e spero che a cuore aperto ognuno possa fare qualcosa. Come rappresentante della Chiesa caldea libanese, una delle 18 confessioni presenti nel Paese, oltre a tamponare l’emergenza sto cercando di smuovere dalla propria posizione intransigente il governo del Libano. Una strada però molto lunga e difficile."

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A lato, la moschea dedicata al Profeta Giona, a Mosul. By courtesy of Musings from the Minster

Un'industria della morte
a danno dei cristiani iracheni

Dall'Osservatore Romano 13 ottobre 2008, grazie a Bagdadhope per la segnalazione

Intervista al procuratore del Patriarcato di Babilonia dei Caldei, Philip Najim

di Francesco Ricupero

In Iraq si industria e si programma la morte; l'eliminazione dei cristiani dal Paese. La traduzione di una «politica nera», attraverso la quale in molti cercano di lucrare anche profitti illeciti. Una politica sulla quale persiste, da parte della comunità internazionale, un silenzio assordante che non è più accettabile. Mentre pubblichiamo in prima pagina una dichiarazione del Patriarca di Babilonia dei Caldei, il cardinale Emmanuel iii Delly, in questi giorni a Roma per il Sinodo dei vescovi, il suo Procuratore Philip Najim spiega in un'intervista a «L'Osservatore Romano» quali sono le condizioni di vita dei cristiani nel Paese dopo gli ultimi violenti attacchi da parte di estremisti islamici, «bande criminali che vogliono a tutti i costi rallentare e bloccare il processo di pace che gli iracheni vogliono raggiungere».

Monsignor Najim, cosa sta accadendo in Iraq? L'Iraq è stato trasformato in una piazza di morte, un Paese dove si industria e si programma la morte ai danni di persone indifese. E a pagarne le conseguenze sono soprattutto le comunità cristiane di Mossul che negli ultimi giorni stanno subendo delle vere e proprie persecuzioni, mai viste prima. Solo nella giornata di oggi (ieri, domenica, n.d.r) un migliaio di persone hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni perché minacciate da gruppi di terroristi senza scrupoli. Non si può andare avanti in questo modo. C'è troppo silenzio attorno a questa vicenda. Un silenzio che rischia di distruggere la speranza del popolo iracheno che è alla ricerca della pace e della fratellanza.

Cosa sta facendo la Chiesa per aiutare le comunità cristiane di Mossul?
Ad al Kosh, a pochi chilometri da Mossul, due monasteri caldei hanno aperto le loro porte per accogliere le famiglie in fuga da Mossul, ma anche la diocesi è impegnata ad aiutare i rifugiati. Si tratta di circa mille persone, molte delle quali donne e bambini, terrorizzate per le violenze e le minacce subite. Bande armate provenienti da Qal'at Sukkar stanno diffondendo un clima di terrore tra la popolazione. Sabato pomeriggio tre case abitate da cristiani sono state fatte esplodere e le famiglie costrette ad assistere alle violenze. Questa città è oramai preda di forze oscure, bande criminali che vogliono a tutti i costi rallentare e bloccare il processo di pace che gli iracheni vogliono raggiungere.

Al di là delle violenze, c'è diffidenza o intolleranza tra le diverse etnie presenti nel Paese? Assolutamente no. Tutte le etnie irachene hanno sempre convissuto in un clima di tolleranza e di rispetto reciproco. Gli iracheni non hanno mai considerato la religione come un mezzo per dividere, anzi sanno benissimo che la religione unisce e può dare un grande contributo al processo di pace. Un segnale è arrivato dagli imam che nella preghiera del venerdì invitano i musulmani a non creare violenza. Questo è molto importante per il futuro del Paese. Tutte le religioni e le etnie che fanno parte della nazione sono unite sotto il nome della patria Iraq.

Cosa è cambiato nel Paese dalla morte dell'arcivescovo Rahho? Purtroppo, non è cambiato nulla. Prima della morte di monsignor Rahho, era stato ucciso il suo segretario padre Ragheed Ganni, e insieme all'arcivescovo sono state uccise altre tre persone: l'autista e due guardie del corpo. Certamente a Mossul la situazione è peggiorata, c'è un oscuro interesse a svuotare questa città dai cristiani. Questa è una politica nera, non è a favore dell'uomo, non è una politica atta a migliorare la situazione e a portare la democrazia e la pace nel Paese. Non si può creare la pace quando togli la vita umana che è un diritto naturale dell'uomo e soprattutto è un dono di Dio.

Ma perché gli attacchi nei confronti dei cristiani? Il loro comportamento destabilizza l'equilibrio del Paese? I cristiani vengono perseguitati e minacciati perché sono una comunità debole, non hanno mai avuto interessi politici al fine di guadagnare qualcosa. Il popolo cristiano in Iraq vuole soltanto la pace, vive amando la sua patria, vuole essere libero per contribuire a costruire un Iraq migliore, e lo fa cercando il dialogo con le altre comunità. Oggi, ci chiamano minoranze e come semplice cittadino non capisco cosa vuol dire minoranza. Se c'è una costituzione, questa parla di popolo iracheno e non di cristiano o musulmano. Io non sono una minoranza, sono un iracheno. Noi siamo cristiani iracheni, anche nei nostri documenti di identità c'è scritto «iracheno».

Cosa sta facendo il Governo per porre fine alle violenze? Purtroppo, nulla. Per esempio il governatore di Ninive, Kashmula, ha assicurato che farà di tutto per fermare queste bande di terroristi, invece non riesce a imporsi perché è debole. Lo dimostra la fuga in massa dei cristiani da Mossul. Da diversi giorni si registrano episodi di violenza e il governo non ha fatto nulla per impedirli.

E la comunità internazionale? Stesso discorso. C'è un silenzio assordante da parte di molti Paesi e questo ci preoccupa. Anche le forze di occupazione in Iraq, purtroppo, contribuiscono a destabilizzare il Paese, poiché non riescono a garantire la pace. Nessuno si preoccupa di noi e dell'Iraq. Grazie a questa intervista vorrei richiamare l'attenzione di tutti affinché intervengano per porre fine alle violenze e rispettare la vita.

Le organizzazioni umanitarie riescono a far giungere i loro aiuti ai rifugiati? Anche le organizzazioni umanitarie incontrano serie difficoltà a operare a Mossul e in Iraq. Purtroppo non manca chi specula su questa drammatica situazione. L'unico aiuto efficace offerto ai cristiani iracheni viene dalla nostra Chiesa che accoglie nei monasteri e nei luoghi di culto centinaia di persone offrendo un supporto psicologico. Purtroppo, i cristiani iracheni stanno subendo un'umiliazione inaccettabile. Scappano dall'Iraq per bussare alle porte di Paesi non sempre disposti all'accoglienza. In Siria, Libano, Turchia e Giordania vivono in una situazione di clandestinità. In Europa, invece, dove sono circa 80.000, stiamo cercando, grazie all'aiuto della Commissione degli episcopati della Comunità europea, di creare un programma di accoglienza e d'integrazione perché queste sono persone che hanno perso la loro dignità.

08 giugno 2008

Le foto del viaggio di Mons. Michel Kassarji in Svizzera

Le foto sono visibili online qui

Siamo coscienti del fatto che ci sono alcune imprecisioni, errori di stampa, personaggi non identificati o incerti. Chi volesse inviarci correzioni può farlo senz'altro scrivendo al
centroculturale.lugano@gmail.com

06 giugno 2008

Incontro a Lugano, il 5 giugno: le foto

Album fotografico dell'incontro di ieri sera, giovedi 5 giugno al Centro La Piazzetta di Loreto.
Grazie al Centro La Piazzetta per avere concesso la sala a titolo gratuito, grazie a Marco per avere scattato le foto e averle messe a disposizione per la pubblicazione, a Maurizio de Bortoli per avere autorevolmente introdotto la serata, a Pedro per averci salvati da un disastro tecnologico, a Luca per avere fatto il porta-microfono, a Chiara per aver aperto la Sala e a tutti i convenuti per aver partecipato.

L'album è consultabile online qui.

16 maggio 2008

Programma della visita di Mons Michel Kassarji in Svizzera

1. giugno 2008
Ginevra, Église de la Ste Trinité, rue Ferrier 16:
18:00 santa messa
19:00 testimonianza
Ospitalità di Points-Coeur

2 giugno
Hauterive, incontro con Jacques Berset direttore dell'agenzia di stampa APIC/KIPA
Fribourg, Église du Christ-Roi
18:00 santa messa
20:00 testimonianza
Ospitalità dell'abate Mauro Giuseppe Lepori di Hauterive

3 giugno
Hauterive, 8:45 incontro con la comunità monastica
Fribourg, incontro con Roberto Simona, responsabile dell'Aiuto alla Chiesa che soffre per la Svizzera romanda e italiana
Lucerna, incontro con Anotonio Hautle, direttore del Sacrificio Quaresimale della Conferenza episcopale svizzera
Ospitalità di don Joseph Michael Karber, parroco della Liebfrauenkirche di Zurigo

4 giugno
Zürich, Liebfrauenkirche, Zehnderweg 9,
18:15 celebrazione eucaristica
19:15 testimonianza
Ospitalità di don Ernesto William Volonté, rettore del Seminario San Carlo della Diocesi di Lugano

5 giugno
Lugano
11:00 incontro con i responsabili ticinesi dei Cavalieri del Santo Sepolcro
18:30 incontro con Mons. Piergiacomo Grampa, Vescovo di Lugano
Centro La Piazzetta, Via Loreto 17, 20:45: testimonianza. Introduce: Maurizio De Bortoli

6 giugno
Malpensa
incontro con Giampaolo Silvestri, responsabile di AVSI per il Medio Oriente e l'Africa

15 maggio 2008

2 juin, à Fribourg

A la rencontre
des chrétiens d'Irak


Par milliers, les chrétiens irakiens fuient la guerre, les attentats, les enlèvements qui veulent les chasser de leur patrie. Certains viennent chez nous, d'autres, beaucoup plus nombreux, restent en Syrie, au Liban, en Jordanie. Aidons-les!

Evêque chaldéen de Beyrouth depuis 2001, Mgr Michael Kassarji se dévoue sans compter pour faire connaître ces chrétiens oubliés et pour les aider sur le sol libanais.

Mgr Kassarji sera à Fribourg
lundi 2 juin 2008
  • à 18h15, il célèbrera la messe à la chapelle du Christ-Roi, Bd. de Pérolles.
  • à 20h15, projection d'une vidéo et témoignage sur sa présence auprès de ces réfugiés, à la grande-salle sous l'église du Christ-Roi.
Invitation cordiale à tous

13 maggio 2008

Genève 1. juin 2008


Une nouvelle vie
pour les chrétiens d’Irak

Rencontre avec

Mgr Michel Kassarji

Evêque chaldéen de Beyrouth



DIMANCHE 1er juin 2008

Eglise de la Ste Trinité

69, rue de Lausanne, Genève

18h00

Ste Messe

19h00

Conférence

20h00

Apéritif


1.500.000 de chrétiens chaldéens
ont été chassés de leurs maisons et de leur patrie, l’Iraq.



Ils sont couramment accueillis au Liban par leur communauté sœur de Beyrouth.

Mgr Kassarji et son église ont accueilli depuis 2007 quelques milliers de personnes, en leur offrant un premier secours.



Ce dont ces familles ont urgemment besoin n’est pas une aide matériel occasionnel, mais de pouvoir s’enraciner dans une terre qui leur permette d’exister.


« L’amour sera toujours nécessaire, même dans la société la plus juste. Il n’y a aucun ordre juste de l’État qui puisse rendre superflu le service de l’amour. Celui qui veut s’affranchir de l’amour se prépare à s’affranchir de l’homme en tant qu’homme »

(BENOÎT XVI – Deus Caritas Est, 28b)

Proposé par

et
Amici di Mons. Michel Kassarji: http://amicikassarji.blogspot.com/

Pour soutenir l'œuvre de Mons. Kassarji: CCP 65-133074-4




25 aprile 2008

Mario Mauro e l'appello ad accogliere i cristiani irakeni in Europa

Un milione e mezzo di cristiani perseguitati in Iraq.
L'appello: «Accogliamoli in Europa»

di Mario Mauro

www.ilsussidiario.net- Si calcola che dall'inizio della guerra in Iraq la metà del milione e mezzo di cristiani residenti nel Paese sia fuggita per sottrarsi alle violenze di matrice islamica. I numeri parlano chiaro, essi costituiscono un bersaglio privilegiato e sono sicuramente più vulnerabili rispetto a tutte le altre minoranze in Medio Oriente.

Arrivano anche in occidente le marce silenziose dei cristiani iracheni che chiedono giustizia per la persecuzione di cui sono vittime nella loro patria. Mentre tutti i giorni nei villaggi della Piana di Niniveh si continua a chiedere la verità sull’uccisione dell’arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Faraj Rahho, anche in Olanda, in Germania e in Canada gli emigrati iracheni scendono in piazza con striscioni e foto dei loro martiri. Intanto nel Paese dei due fiumi continuano quelli che sembrano veri e propri “omicidi mirati”, voluti per terrorizzare i cristiani e indurli alla fuga. Il 23 marzo, giorno di Pasqua, è morto in ospedale un giovane caldeo, Zahar Oshana, ricoverato dopo essere stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco mentre usciva dalla parrocchia di S. Elia a Baghdad.

Altri esempi sono il rapimento di due sacerdoti cattolici, padre Pius Afas e padre Mazen Ishoa, il 14 ottobre 2007 a Mosul; l'uccisione di due cristiani assiri, Zuhair Youssef Astavo Kermles e Luay Solomon Numan, entrambi membri dell'organizzazione National Union of Bet- Nahrin, avvenuta a Mosul il 28 giugno 2007; l'uccisione di un sacerdote caldeo, padre Ragheed Ganni, e dei tre diaconi che lo assistevano, avvenuta il 3 giugno 2007 a Mosul. Questa è solo una piccola parte di una situazione ormai insostenibile. Questi segnali sconfortanti ci suggeriscono che non c'è più tempo da perdere: l'Europa deve accogliere subito le migliaia di profughi che rischiano la vita in Iraq a causa della sempre crescente discriminazione nei confronti delle minoranze che è in corso in quell' area. Non sarebbe una novità: la Germania in passato ha già offerto asilo ad esuli provenienti da Paesi martoriati dalla guerra, negli anni ’70, ad esempio durante la guerra del Vietnam, giunsero in Germania migliaia di profughi vietnamiti, mentre negli anni ’90 venne offerto aiuto a molti esuli che fuggivano dalla Bosnia.

Si tratterebbe della prima azione concreta, di una prima traduzione nella realtà della Risoluzione che ho promosso e che è stata approvata il 12 novembre 2007 dal Parlamento europeo. In essa si invitava espressamente la Commissione europea, il Consiglio e gli Stati membri a contribuire ulteriormente al rafforzamento dei diritti umani e dello stato di diritto attraverso gli strumenti di politica estera dell'UE, si chiedeva inoltre di prestare particolare attenzione alla situazione delle comunità religiose, ivi comprese le comunità cristiane, in quei paesi dove sono minacciate, nel momento dell'elaborazione ed implementazione di programmi di cooperazione ed aiuto allo sviluppo con quegli stessi paesi.

Anche le Nazioni Unite hanno sollevato il problema, infatti la relatrice speciale sulla libertà di religione e di credo richiama l'attenzione su situazioni preoccupanti di violazione della libertà di adottare una religione o un credo, di cambiarli o di rinunciare ad essi, oltre a segnalare numerosi casi di discriminazione e violenza tra religioni diverse, di uccisioni e di arresti arbitrari per ragioni legate alla religione o al credo.

Gli strumenti ci sono: adesso è compito dei leader politici e religiosi, a tutti i livelli, combattere l'estremismo e promuovere il rispetto reciproco. Sono contento di non essere solo in questa battaglia, come dimostrano ad esempio i continui appelli del ministro Federale dell’Interno tedesco, Wolfgang Schaeuble.

Sia ben chiaro: l'accoglienza è solo la prima e la più urgente delle azioni che in concreto possono aiutare le minoranze in difficoltà. La nostra storia e i valori che essa ci ha consegnato ci danno una responsabilità enorme ed incessante nei confronti di chi è costretto a convivere quotidianamente con la morte, con la fame e con la povertà, sia esso cristiano o non cristiano. In questo momento nel mondo chi ha più bisogno del nostro contributo sono i cristiani, quindi non si tratta di preferire l'accoglienza dei cristiani in quanto "nostri fratelli", è un'emergenza impostaci dalla realtà delle cose, dalla terribile prospettiva che le comunità cristiane irachene siano in via di estinzione.