14 ottobre 2008

Il silenzio assordante che circonda Mosul e un'intervista a Mons. Kassarji

A lato, Mons. Michel Kassarji davanti alle reliquie di Saint Charbel a Hauterive, nel giugno scorso. Ricordiamo lo spazio da noi creato per ricordarcelo e sostenerlo: Amici di Mons. Kassarji.

Da Vita del 12 ottobre 2008, e grazie alla segnalazione di Bagdadhope

di Daniele Biella

La denuncia del vescovo libanese Michel Kassarji in prima linea nell'accogliemento dei caldei
«Iracheni caldei, facile bersaglio dell’odio fra religioni». Non usa mezzi termini monsignor Michel Kassarji, dal 2001 vescovo cristiano caldeo dell’Eparchia di Beirut, nel definire la persecuzione in atto a Baghdad e in tutto l’Iraq nei confronti dei cristiani caldei: nella sola città di Mosul, 12 persone sono morte e migliaia sono dovute fuggire dalle loro case nelle ultime due settimane. Michel Kassarji, 52 anni, libanese, è da qualche anno in prima linea nell’accogliere in Libano i rifugiati iracheni che riescono a lasciare l’Iraq, in fuga dalle persecuzioni di gruppi integralisti di fede musulmana.

Qual’è la situazione attuale in Iraq? "I numeri parlano chiaro. Dei 750mila cristiani caldei presenti in Iraq prima del 2004, anno di inizio delle violenze contro di loro (e della guerra scatenata dagli Stati uniti, ndr), oggi almeno 300 mila sono fuggiti all’estero, soprattutto nei paesi confinanti, Siria Giordania e Libano. Metà delle chiese cristiane di Baghdad sono state bruciate, e le strutture sociali ecclesiastiche subiscono continui attentati. Dei 12 sacerdoti rapiti in cambio di un riscatto, tre sono stati assassinati."

Quali sono i motivi della persecuzione? "I caldei sono considerati “crociati”, amici della forza occupante, gli Stati Uniti, nazione a maggioranza cristiana. Vengono costretti a convertirsi all’Islam, e, se rifiutano, devono abbandonare la propria casa e il proprio Paese. Molti, soprattutto giovani, vengono tolti alle loro famiglie e uccisi. I caldei in Iraq, una delle comunità più antiche del Cristianesimo che ancora oggi parla aramaico, sono diventati una vera e propria minoranza bersaglio. Pagano la rabbia delle frange più intransigenti dei musulmani iracheni."

Come arrivano in Libano? "Ogni giorno da tre anni una ventina di caldei iracheni supera il confine, in modo illegale per le autorità libanesi, che non li riconoscono come rifugiati (Beirut non ha mai firmato la Convenzione Onu del 1951 per i richiedenti asilo, ndr) ritenendoli quindi dei clandestini. Per questo vivono nell’ombra, cercando ospitalità in case altrui e chiedendo appoggio alla comunità cristiana, che in Libano, al contrario di altri Stati, è una minoranza ben organizzata. Attualmente sono presenti almeno 10mila profughi, ai quali cerchiamo di fornire più assistenza possibile. Ma è un’impresa piena di ostacoli da superare."

In che senso? "Nonostante le autorità tollerino il nostro intervento nel rispondere all’emergenza umanitaria, non ci danno nessun aiuto e dobbiamo agire nel modo più rapido e silenzioso possibile. Spesso devo andare in prima persona a parlare con i ministri, con i poliziotti alla frontiera, nelle carceri dove sono detenuti i rifugiati, per ottenere qualche risultato ed evitare il peggio. Oggi quello che riusciamo a fare è trovare ai profughi un alloggio temporaneo e assicurare loro un minimo sostegno sanitario."

Quali sono i problemi più urgenti da risolvere? "Due i più gravi: trovare un lavoro degno agli adulti, che per la loro condizione di clandestini spesso vengono sfruttati dagli stessi libanesi come manodopera a bassissimo costo, e garantire l’istruzione ai giovani. Oggi sono almeno un migliaio i bambini in età scolastica delle 800 famiglie che aiutiamo. Di loro, la maggior parte non va a scuola. Per questo stiamo cercando appoggio per costruire una scuola pubblica nella Diocesi, per la quale ho già in mano l’autorizzazione del governo libanese ma mancano i fondi."

E l’aiuto internazionale? "È ancora poco. Anche per questo mi reco all’estero a spiegare la disperata situazione in cui versano i rifugiati iracheni. Tutti, cristiani e non, hanno l’obbligo morale di sapere quello che succede, e spero che a cuore aperto ognuno possa fare qualcosa. Come rappresentante della Chiesa caldea libanese, una delle 18 confessioni presenti nel Paese, oltre a tamponare l’emergenza sto cercando di smuovere dalla propria posizione intransigente il governo del Libano. Una strada però molto lunga e difficile."

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A lato, la moschea dedicata al Profeta Giona, a Mosul. By courtesy of Musings from the Minster

Un'industria della morte
a danno dei cristiani iracheni

Dall'Osservatore Romano 13 ottobre 2008, grazie a Bagdadhope per la segnalazione

Intervista al procuratore del Patriarcato di Babilonia dei Caldei, Philip Najim

di Francesco Ricupero

In Iraq si industria e si programma la morte; l'eliminazione dei cristiani dal Paese. La traduzione di una «politica nera», attraverso la quale in molti cercano di lucrare anche profitti illeciti. Una politica sulla quale persiste, da parte della comunità internazionale, un silenzio assordante che non è più accettabile. Mentre pubblichiamo in prima pagina una dichiarazione del Patriarca di Babilonia dei Caldei, il cardinale Emmanuel iii Delly, in questi giorni a Roma per il Sinodo dei vescovi, il suo Procuratore Philip Najim spiega in un'intervista a «L'Osservatore Romano» quali sono le condizioni di vita dei cristiani nel Paese dopo gli ultimi violenti attacchi da parte di estremisti islamici, «bande criminali che vogliono a tutti i costi rallentare e bloccare il processo di pace che gli iracheni vogliono raggiungere».

Monsignor Najim, cosa sta accadendo in Iraq? L'Iraq è stato trasformato in una piazza di morte, un Paese dove si industria e si programma la morte ai danni di persone indifese. E a pagarne le conseguenze sono soprattutto le comunità cristiane di Mossul che negli ultimi giorni stanno subendo delle vere e proprie persecuzioni, mai viste prima. Solo nella giornata di oggi (ieri, domenica, n.d.r) un migliaio di persone hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni perché minacciate da gruppi di terroristi senza scrupoli. Non si può andare avanti in questo modo. C'è troppo silenzio attorno a questa vicenda. Un silenzio che rischia di distruggere la speranza del popolo iracheno che è alla ricerca della pace e della fratellanza.

Cosa sta facendo la Chiesa per aiutare le comunità cristiane di Mossul?
Ad al Kosh, a pochi chilometri da Mossul, due monasteri caldei hanno aperto le loro porte per accogliere le famiglie in fuga da Mossul, ma anche la diocesi è impegnata ad aiutare i rifugiati. Si tratta di circa mille persone, molte delle quali donne e bambini, terrorizzate per le violenze e le minacce subite. Bande armate provenienti da Qal'at Sukkar stanno diffondendo un clima di terrore tra la popolazione. Sabato pomeriggio tre case abitate da cristiani sono state fatte esplodere e le famiglie costrette ad assistere alle violenze. Questa città è oramai preda di forze oscure, bande criminali che vogliono a tutti i costi rallentare e bloccare il processo di pace che gli iracheni vogliono raggiungere.

Al di là delle violenze, c'è diffidenza o intolleranza tra le diverse etnie presenti nel Paese? Assolutamente no. Tutte le etnie irachene hanno sempre convissuto in un clima di tolleranza e di rispetto reciproco. Gli iracheni non hanno mai considerato la religione come un mezzo per dividere, anzi sanno benissimo che la religione unisce e può dare un grande contributo al processo di pace. Un segnale è arrivato dagli imam che nella preghiera del venerdì invitano i musulmani a non creare violenza. Questo è molto importante per il futuro del Paese. Tutte le religioni e le etnie che fanno parte della nazione sono unite sotto il nome della patria Iraq.

Cosa è cambiato nel Paese dalla morte dell'arcivescovo Rahho? Purtroppo, non è cambiato nulla. Prima della morte di monsignor Rahho, era stato ucciso il suo segretario padre Ragheed Ganni, e insieme all'arcivescovo sono state uccise altre tre persone: l'autista e due guardie del corpo. Certamente a Mossul la situazione è peggiorata, c'è un oscuro interesse a svuotare questa città dai cristiani. Questa è una politica nera, non è a favore dell'uomo, non è una politica atta a migliorare la situazione e a portare la democrazia e la pace nel Paese. Non si può creare la pace quando togli la vita umana che è un diritto naturale dell'uomo e soprattutto è un dono di Dio.

Ma perché gli attacchi nei confronti dei cristiani? Il loro comportamento destabilizza l'equilibrio del Paese? I cristiani vengono perseguitati e minacciati perché sono una comunità debole, non hanno mai avuto interessi politici al fine di guadagnare qualcosa. Il popolo cristiano in Iraq vuole soltanto la pace, vive amando la sua patria, vuole essere libero per contribuire a costruire un Iraq migliore, e lo fa cercando il dialogo con le altre comunità. Oggi, ci chiamano minoranze e come semplice cittadino non capisco cosa vuol dire minoranza. Se c'è una costituzione, questa parla di popolo iracheno e non di cristiano o musulmano. Io non sono una minoranza, sono un iracheno. Noi siamo cristiani iracheni, anche nei nostri documenti di identità c'è scritto «iracheno».

Cosa sta facendo il Governo per porre fine alle violenze? Purtroppo, nulla. Per esempio il governatore di Ninive, Kashmula, ha assicurato che farà di tutto per fermare queste bande di terroristi, invece non riesce a imporsi perché è debole. Lo dimostra la fuga in massa dei cristiani da Mossul. Da diversi giorni si registrano episodi di violenza e il governo non ha fatto nulla per impedirli.

E la comunità internazionale? Stesso discorso. C'è un silenzio assordante da parte di molti Paesi e questo ci preoccupa. Anche le forze di occupazione in Iraq, purtroppo, contribuiscono a destabilizzare il Paese, poiché non riescono a garantire la pace. Nessuno si preoccupa di noi e dell'Iraq. Grazie a questa intervista vorrei richiamare l'attenzione di tutti affinché intervengano per porre fine alle violenze e rispettare la vita.

Le organizzazioni umanitarie riescono a far giungere i loro aiuti ai rifugiati? Anche le organizzazioni umanitarie incontrano serie difficoltà a operare a Mossul e in Iraq. Purtroppo non manca chi specula su questa drammatica situazione. L'unico aiuto efficace offerto ai cristiani iracheni viene dalla nostra Chiesa che accoglie nei monasteri e nei luoghi di culto centinaia di persone offrendo un supporto psicologico. Purtroppo, i cristiani iracheni stanno subendo un'umiliazione inaccettabile. Scappano dall'Iraq per bussare alle porte di Paesi non sempre disposti all'accoglienza. In Siria, Libano, Turchia e Giordania vivono in una situazione di clandestinità. In Europa, invece, dove sono circa 80.000, stiamo cercando, grazie all'aiuto della Commissione degli episcopati della Comunità europea, di creare un programma di accoglienza e d'integrazione perché queste sono persone che hanno perso la loro dignità.